Il cachi, un frutto originario dell’Asia.
Non è l’indicativo presente di un verbo, ma un frutto! È una vecchia battuta che avevo utilizzato nel blog e che, riguardando questa fotografia, mi è tornata in mente quasi automaticamente. La foto non è certo tra quelle che considero migliori, ma proprio per questo ho deciso di recuperarla: alcune immagini del vecchio blog hanno un valore soprattutto legato al ricordo di quello che avevo scritto.
Il protagonista è un bel cachi, o meglio, il frutto che in italiano viene normalmente indicato al singolare come cachi. È uno di quei soggetti semplici che possono capitare davanti alla macchina fotografica senza bisogno di cercare una particolare situazione. In questo caso, a distanza di tempo, quello che mi fa sorridere non è tanto la qualità dello scatto quanto l’idea che avevo avuto per accompagnarlo.
Il cachi è il frutto del Diospyros kaki, una pianta originaria dell’Asia orientale che nel tempo si è diffusa anche in altre parti del mondo. In Italia è ormai abbastanza comune e viene coltivato soprattutto nelle zone dal clima adatto. Il frutto maturo ha generalmente una polpa morbida e dolce, mentre alcune varietà possono essere consumate anche quando la consistenza è più soda.
Quando penso a cosa rende interessante una fotografia apparentemente banale, spesso mi viene in mente proprio questo genere di immagini. Non serve necessariamente un paesaggio spettacolare o un monumento famoso. A volte basta un frutto dalla forma e dal colore riconoscibili per costruire una piccola storia.
In questo caso la storia è anche linguistica. La parola “cachi” può infatti far sorridere perché coincide con una forma verbale, anche se naturalmente il significato cambia completamente a seconda del contesto. È proprio il tipo di piccolo gioco di parole che funzionava bene nel vecchio blog e che oggi mi fa piacere recuperare insieme alla fotografia.
Il colore del frutto è probabilmente la cosa che più attira l’attenzione nell’immagine. Il cachi, soprattutto quando raggiunge la maturazione, ha una tonalità calda e intensa che lo rende un soggetto fotografico abbastanza naturale. Non bisogna costruire necessariamente una scena complessa: anche un oggetto quotidiano può diventare interessante se ci si sofferma un momento a guardarlo.
Questa fotografia appartiene quindi più alla memoria del blog che alla mia raccolta degli scatti migliori. Ma anche questo fa parte della storia di un fotoblog. Recuperare vecchie immagini significa ritrovare anche il modo in cui, anni fa, guardavo le cose e decidevo quali piccoli episodi trasformare in un post.
Mi piace pensare che non tutte le fotografie debbano essere tecnicamente perfette per meritare di essere conservate. Alcune rimangono perché sono legate a una battuta, a un ricordo o semplicemente a un momento nel quale ci era sembrato divertente fotografare qualcosa di assolutamente normale.
E alla fine, dopo tanti anni, il vecchio testo continua a funzionare abbastanza bene: non è l’indicativo presente di un verbo, ma un frutto. Un bel cachi!
Avete mai fotografato un soggetto semplicissimo solo perché vi aveva fatto venire in mente una battuta? Aggiungi un commento oppure vai nella parte bassa del sito per leggere cosa hanno scritto gli altri visitatori.
