Un polpo alla ligure a Monterosso

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Un polpo alla ligure a Monterosso.
Un polpo alla ligure a Monterosso è uno di quei piatti che riescono a raccontare il territorio già dal primo sguardo, ancora prima dell’assaggio. Un polpo alla ligure a Monterosso non è solo una ricetta, ma un piccolo equilibrio tra mare e terra che si ritrova perfettamente nel piatto.
Quando mi è arrivato davanti, la prima cosa che ho notato è stata la semplicità dei colori: il viola intenso del polpo, il giallo morbido delle patate, il rosso dei pomodori e il verde delle erbe. Nulla di costruito, nulla di eccessivo. Solo ingredienti riconoscibili, messi insieme con naturalezza.
Il profumo era leggero ma invitante, con l’olio che legava tutto senza coprire. Ho iniziato ad assaggiare lentamente, cercando di cogliere ogni sfumatura. Il polpo era tenero, per niente gommoso, e si abbinava perfettamente alle patate, che assorbivano i sapori senza perdere la loro consistenza. Le olive aggiungevano quel tocco sapido che rompeva la dolcezza degli altri ingredienti.
Seduto a quel tavolo, con i bicchieri e il rumore di fondo del ristorante, ho avuto la sensazione di essere esattamente nel posto giusto. Non era solo il piatto, ma il contesto: Monterosso, il mare poco distante, l’atmosfera rilassata che ti invita a rallentare.
Questo tipo di cucina mi colpisce sempre per la sua autenticità. Non ha bisogno di stupire con effetti particolari, perché funziona già così com’è. È una cucina che si basa sulla qualità degli ingredienti e su una tradizione che si sente senza essere spiegata.
Forse è proprio questo che cerco quando mi siedo a tavola in viaggio: qualcosa che non sia solo buono, ma che abbia un legame diretto con il luogo.

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Foto scattate con Oppo Reno 12.

Piatto gustato all’Osteria Ely.

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Il testo del post è stato scritto con l’aiuto di ChatGPT, un modello di lingua di OpenAI.

Pho Bo, l’anima del Vietnam in una ciotola

Pho Bo, l’anima del Vietnam in una ciotola

Pho Bo, l’anima del Vietnam in una ciotola.
La prima volta che mi sono trovato davanti a una ciotola di Pho Bo ho capito subito che non si trattava semplicemente di un piatto. Era qualcosa di più profondo, quasi intimo. Il profumo caldo e avvolgente del brodo arrivava prima ancora di sedermi, mescolando note speziate e delicate che sembravano raccontare una storia antica. Una storia fatta di tempo, pazienza e quotidianità.
Il Pho Bo è uno di quei piatti che non hanno bisogno di stupire. La sua forza sta nell’equilibrio. Il brodo, limpido ma intenso, è il cuore di tutto. Intorno, pochi elementi essenziali che convivono senza sovrapporsi: la carne di manzo, le erbe fresche, i germogli, il lime. Ogni ingrediente ha il suo spazio, il suo ruolo preciso. Nulla è lì per caso.
Quello che mi colpisce ogni volta è il modo in cui questo piatto riesce a essere allo stesso tempo semplice e profondo. Non è un cibo “da occasione speciale”, ma qualcosa che accompagna la vita quotidiana. In Vietnam il Pho Bo è una presenza costante, consumato al mattino presto o a qualsiasi ora del giorno. È conforto, abitudine, identità.
Mangiarlo è un gesto lento. Si assaggia il brodo, si aggiungono le erbe, si mescola con attenzione. Ogni boccone cambia leggermente il sapore complessivo, come se la ciotola fosse viva, in continua evoluzione. È un’esperienza che coinvolge non solo il gusto, ma anche l’olfatto e la memoria. Anche a distanza di tempo, quel profumo resta impresso.
Il Pho Bo racconta molto della cultura vietnamita. Racconta il rispetto per gli ingredienti, la cura nei gesti, l’importanza del tempo. Non c’è fretta, non c’è eccesso. Tutto è misurato, pensato per creare armonia. Forse è per questo che riesce a essere così universale: perché parla un linguaggio fatto di equilibrio e autenticità.
Ogni volta che lo ritrovo ho la sensazione di avvicinarmi a quel mondo. Una semplice ciotola che riesce a contenere un intero immaginario.

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Pho Bo, l’anima del Vietnam in una ciotola

Foto scattata con Honor 20.

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Cucina vietnamita: Cơm hến a Huế, la ricetta

Cơm hến a Huế

Cucina vietnamita: Cơm hến a Huế, la ricetta.
Ieri mattina siamo entrati nel vivace Đông Ba Market, nel cuore di Huế. Tra bancarelle di frutta tropicale, spezie profumate e piccole cucine improvvisate, mi sono fermata davanti a una signora che preparava uno dei piatti più semplici e popolari della città: il Cơm hến.
Huế è famosa per la sua cucina intensa e ricca di contrasti, e questo piatto ne è un perfetto esempio. Il cơm hến nasce con le piccole vongole di fiume chiamate hến, pescate tradizionalmente nel Perfume River. Sono minuscole, ma hanno un sapore molto forte e caratteristico.
A dire la verità, ieri nella mia ciotola le vongole quasi non si vedevano. Forse perché accanto a me c’era mio marito europeo e la venditrice ha pensato di non esagerare con un ingrediente che per molti stranieri può sembrare un po’ troppo intenso. In Vietnam succede spesso: quando i venditori vedono un turista, cercano di rendere il piatto un po’ più “facile”.
Nonostante questo, il risultato era comunque delizioso. Una base di riso bianco, sopra la quale vengono aggiunti germogli croccanti, erbe aromatiche fresche, arachidi tostate, peperoncino e qualche pezzo di cotenna fritta. Accanto alla ciotola arriva sempre anche una piccola zuppa calda preparata con il brodo delle vongole.
Il bello del cơm hến è proprio la combinazione di consistenze: il riso morbido, le erbe fresche, le arachidi croccanti e il tocco piccante del peperoncino. È un piatto povero, nato dalla cucina popolare di Huế, ma ricco di sapori e di storia.

Ingredienti

– 2 ciotole di riso bianco cotto;
– 100 g di piccole vongole (facoltative ma tradizionali);
– 2 cucchiai di arachidi tostate;
una manciata di germogli di soia;
– erbe aromatiche vietnamite (menta e coriandolo);
– qualche fetta sottile di banana verde o mango acerbo;
– 1 peperoncino rosso fresco;
cotenna di maiale fritta o crackers di riso;
– 1 cucchiaio di salsa di pesce;
– 1 cucchiaino di pasta di gamberi fermentati (mắm ruốc, tipica di Huế);
– olio allo scalogno o all’aglio;
– semi di sesamo tostati.

Preparazione

Lavare bene le vongole e cuocerle in poca acqua finché si aprono. Conservare il brodo: verrà servito a parte come zuppa.
Saltare velocemente le vongole con un filo d’olio, aglio o scalogno e un po’ di salsa di pesce.
Mettere il riso bianco in una ciotola.
Aggiungere sopra le vongole, le arachidi tostate, i germogli di soia, le erbe aromatiche e le fettine sottili di banana verde o mango acerbo.
Completare con peperoncino, semi di sesamo e qualche pezzo di cotenna croccante.
Servire con una piccola ciotola di brodo caldo delle vongole a parte.
Il modo migliore per mangiarlo è semplice: mescolare tutto. A Huế ognuno aggiunge più peperoncino, più brodo o più erbe secondo il proprio gusto. Ed è proprio questa libertà che rende il cơm hến così speciale.
E mentre mangi questo piatto semplice, circondato dal rumore del mercato e dal profumo delle cucine di strada, capisci perché la cucina di Huế è considerata una delle più affascinanti del Vietnam.

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Foto scattate con Oppo Reno 12.

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Ốc Lể: le piccole lumache di mare da sgranocchiare

Ốc Lể: le piccole lumache di mare da sgranocchiare

Ốc Lể: le piccole lumache di mare da sgranocchiare.
A volte i piatti più semplici sono quelli che mi riportano più facilmente a casa. Le ốc lể, queste piccolissime lumache di mare, per me non sono solo cibo: sono quasi uno snack, un passatempo, qualcosa che si mangia con calma mentre si chiacchiera o si guarda la televisione.
Quando ero più giovane le mangiavo spesso nei piccoli chioschi di strada del Vietnam centrale. Ma anche a casa mi piace prepararle. Non è un piatto complicato, anzi. L’importante è avere delle lumache fresche e qualche ingrediente profumato che esalti il loro sapore di mare.
Di solito le faccio cuocere velocemente con lemongrass, peperoncino, un pizzico di sale e un filo di salsa di pesce. A volte aggiungo anche un po’ di olio allo scalogno fritto, che rende tutto ancora più fragrante. Bastano pochi minuti sul fuoco e il profumo riempie subito la cucina.
La cosa divertente però non è tanto cucinarle, quanto mangiarle.
Le ốc lể sono minuscole. Per tirare fuori il mollusco dal guscio bisogna usare uno stecchino o una piccola punta di legno. Si infila piano nel guscio e si estrae la lumachina con un piccolo movimento. Poi si passa alla successiva, e poi alla successiva ancora.
È quasi un rito.
Quando mi siedo con una scodella davanti posso restare lì anche un’ora intera, prendendone una alla volta. Non è un piatto che si mangia in fretta. È più simile a quando si sgranocchiano semi o noccioline. Si parla, si ride, si raccontano storie e intanto le lumachine spariscono lentamente dal piatto.
Mio marito ogni tanto mi guarda divertito perché procedo con calma, guscio dopo guscio. Ma è proprio questo il bello delle ốc lể: non riempiono solo lo stomaco, ma anche il tempo.
In Vietnam molti le mangiano nei chioschi serali con una birra fresca, seduti su piccoli sgabelli di plastica lungo la strada. Io invece le preparo volentieri anche a casa, quando ho voglia di qualcosa di semplice che sappia di mare e di ricordi.

E voi avete mai mangiato delle lumache di mare così piccole da doverle tirare fuori una alla volta con uno stecchino? Aggiungi un commento oppure vai nella parte bassa del sito per leggere cosa hanno scritto gli altri visitatori.

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Bún đậu speciale a Quy Nhơn

Bún đậu speciale a Quy Nhơn

Bún đậu speciale a Quy Nhơn.
Ieri sera, a Quy Nhơn, ho scelto di ordinare un piatto che per me è sempre una piccola dichiarazione d’identità: il bún đậu. Non quello semplice, non quello “per stranieri”, ma la versione completa, quella che quando arriva al tavolo ti fa sorridere perché sai già che sarà una cena intensa, vera, senza compromessi.
Il vassoio è arrivato ricco e colorato, appoggiato su una grande foglia verde lucida. I vermicelli di riso bianchi e soffici da un lato, il tofu fritto dorato dall’altro. Poi la pancetta bollita, ordinata in fette regolari, e accanto le protagoniste più coraggiose: il dồi chiên scuro, compatto, quasi nero, e il phèo chiên croccante. Non mancavano il chả cá, il chả cốm e i piccoli chả ram fritti. Un insieme che profuma di Nord, ma che ormai si trova anche qui, sul mare del Centro.
Il mắm tôm, nella sua ciotolina, era intenso come deve essere. L’ho mescolato piano, con un po’ di lime e peperoncino, finché non è diventato leggermente spumoso. Il primo boccone è stato quello che preferisco: un po’ di bún, un pezzo di tofu, una fettina di ba chỉ e una foglia di erba aromatica. Poi ho osato con il dồi chiên, che dà quella nota profonda e decisa che divide le persone: o lo ami o lo eviti. Io lo amo.
Seduto lì, in una semplice tavola calda, con il rumore della strada e l’aria tiepida della sera, ho pensato a quanto questo piatto racconti il Vietnam più autentico. Non è elegante, non è turistico, non è delicato. È diretto. È conviviale. È pieno di contrasti: morbido e croccante, fresco e fermentato, leggero e intenso.
A 40.000 đồng era anche incredibilmente generoso. Ma il valore vero non è nel prezzo. È nel gesto di condividere, nel mangiare con le mani, nel mescolare sapori forti senza paura.
Ieri sera, a Quy Nhơn, non ho solo cenato. Ho assaggiato un pezzo di cultura. E ogni volta che porto questo piatto al centro del tavolo, sento che sto scegliendo qualcosa che parla di casa, di tradizione e di identità.

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Bánh tét e củ kiệu, il sapore di casa

Bánh tét e củ kiệu, il sapore di casa

Bánh tét e củ kiệu, il sapore di casa.
Oggi vi porto nella mia cucina, con un piatto che per me significa famiglia, pazienza e tradizione. Nella foto vedete il Bánh tét tagliato a fettine, disposto a fiore su un piatto, con al centro una piccola ciotola di củ kiệu in agrodolce. È un modo semplice ma molto tradizionale di servirlo, soprattutto durante il Tết, il Capodanno lunare vietnamita.
Il bánh tét è fatto con riso glutinoso avvolto in foglie di banana e cotto a lungo, per molte ore. Dentro, nella versione salata più classica del Sud del Vietnam, c’è un cuore di fagioli mungo e carne di maiale. Quando lo affetto, mi piace farlo con calma, cercando di mantenere le fette regolari, compatte, quasi lucide. Ogni fetta racconta il tempo dedicato alla sua preparazione.
Ma il vero equilibrio arriva con il củ kiệu, piccoli bulbi simili a cipollotti, messi in salamoia con aceto e zucchero. Il loro sapore fresco, leggermente acido e croccante, spezza la ricchezza del riso glutinoso e della carne. È proprio questo contrasto che rende il piatto armonioso: morbido e saporito da una parte, fresco e vivace dall’altra.
Durante il Tết, il bánh tét non è solo cibo. È simbolo di continuità, di unione familiare, di rispetto per le tradizioni. Prepararlo insieme significa stare svegli fino a tardi, chiacchierare, controllare la pentola che bolle lentamente. Poi, nei giorni di festa, lo si taglia e si condivide con parenti e amici.
Servito così, semplice, senza decorazioni elaborate, mi ricorda la mia infanzia e la casa dei miei genitori. Ogni volta che lo preparo o lo vedo sul tavolo, sento lo stesso calore.

E voi, avete mai assaggiato il bánh tét con il củ kiệu? Aggiungi un commento oppure vai nella parte bassa del sito per leggere cosa hanno scritto gli altri visitatori.

Bánh tét e củ kiệu, il sapore di casa

Foto scattata con Oppo Reno 12.

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Il mio bánh mì fatto in casa in Vietnam

Il mio bánh mì fatto in casa in Vietnam

Il mio bánh mì fatto in casa in Vietnam.
Qualche giorno fa, nella nostra cucina qui in Vietnam, ho preparato un bánh mì molto semplice, usando solo quello che avevo a disposizione. Non era una ricetta perfetta né studiata, ma proprio per questo aveva qualcosa di speciale. A volte i sapori più sinceri nascono così, senza troppi piani.
Sono cresciuta vedendo il bánh mì ovunque: nelle strade di Da Nang, nei mercatini, davanti alle scuole. È uno di quei cibi che per noi vietnamiti è normale quanto il riso quotidiano. Ma prepararlo in casa, lontano dal ritmo veloce dei chioschi o delle grandi città, mi ha fatto riscoprire quanto sia versatile questo panino.
Avevo una baguette fresca, un po’ di carne, qualche verdura e le salse che non mancano mai in frigorifero. Ho iniziato scaldando leggermente il pane per renderlo croccante fuori e morbido dentro — per me questo è il primo segreto di un buon bánh mì. Poi ho aggiunto la farcitura, senza misure precise, seguendo più l’istinto che una ricetta.
Mentre lo preparavo, il profumo mi ha riportata subito ai ricordi di casa: i carretti per strada, il rumore dei motorini, l’odore del pane appena aperto. Anche se questo era un bánh mì “casalingo”, aveva tutta l’anima di quello vero.
Quando finalmente lo abbiamo assaggiato, la cosa più bella è stata vedere quanto può essere buono qualcosa di così semplice. Croccante, fresco, leggermente sapido e con quel mix di consistenze che rende questo panino unico.
Non serve una cucina perfetta per portare in tavola un po’ di Vietnam. A volte basta aprire il frigorifero, usare quello che c’è e lasciarsi guidare dalla memoria e dal cuore.

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Foto scattate con Oppo Reno 12.

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Tagliatelle al ragù gustate nel cuore di Modena

Un piatto di tagliatelle al ragù gustato a Modena

Tagliatelle al ragù gustate nel cuore di Modena.
Davanti a questo piatto mi torna subito in mente una delle cose che preferisco fotografare quando viaggio: il cibo, soprattutto quando riesce a raccontare il luogo in cui mi trovo meglio di tante parole. In questo caso siamo a Modena, in Emilia-Romagna, davanti a un piatto di tagliatelle al ragù che, ancora prima di essere assaggiato, racconta una parte importante della tradizione emiliana.
La fotografia è legata a un ricordo ormai abbastanza lontano. È passato talmente tanto tempo da quando ho mangiato queste tagliatelle che, purtroppo, non ricordo più nemmeno in quale trattoria fossimo. Mi dispiace soprattutto perché mi piacerebbe poter associare alla fotografia anche il nome del locale, ma preferisco non inventarlo. Rimane comunque il ricordo del piatto e della sua presenza sulla tavola, che evidentemente mi aveva colpito abbastanza da decidere di fotografarlo.
Quando penso a cosa mangiare a Modena, le tagliatelle al ragù sono sicuramente tra i piatti che vengono spontaneamente in mente. Non è soltanto una questione di notorietà: la pasta fresca all’uovo e il ragù appartengono a una tradizione domestica profondamente radicata in Emilia-Romagna. È uno di quei piatti che non hanno bisogno di presentazioni complicate.
A me piace proprio questo aspetto della cucina italiana. Un piatto apparentemente semplice può avere dietro una quantità enorme di storia, abitudini familiari e differenze locali. Le tagliatelle, con la loro superficie ruvida, sono perfette per raccogliere il condimento e creare quel rapporto tra pasta e ragù che rende ogni forchettata particolarmente ricca.
Il ragù, naturalmente, è il vero compagno della pasta. La cottura lenta permette agli ingredienti di amalgamarsi e di creare un condimento profumato e consistente. Carne, soffritto e pomodoro contribuiscono a costruire un sapore che, soprattutto quando viene preparato con calma, ha poco a che vedere con i condimenti pronti che siamo abituati a trovare altrove.
Una piccola curiosità riguarda proprio le tagliatelle: la tradizione vuole che la loro larghezza sia legata a una precisa misura, spesso indicata simbolicamente nella tradizione bolognese. Al di là delle ricostruzioni leggendarie, è interessante pensare a quanto anche la forma della pasta sia diventata parte dell’identità gastronomica dell’Emilia.
Non so dire se quella trattoria fosse particolarmente famosa o se avesse qualcosa di speciale. Non ne ricordo nemmeno l’ambiente con precisione. Quello che è rimasto è invece il piatto fotografato e la sensazione di avere davanti qualcosa che rappresentava perfettamente il territorio.
Ed è questo che cerco spesso nelle fotografie di viaggio. Non necessariamente il ristorante più conosciuto o il piatto più elaborato, ma qualcosa che possa fermare un momento e collegarlo a un luogo. Una fotografia di cibo può sembrare molto semplice, ma quando la riguardo dopo anni diventa una specie di appunto di viaggio.
Questa immagine si collega anche agli altri piatti che ho fotografato durante i miei viaggi, perché sul blog mi è capitato spesso di raccontare un luogo attraverso quello che ho trovato nel piatto. Sono fotografie molto diverse da quelle dei vicoli o dei panorami, ma fanno parte dello stesso modo di viaggiare: osservare, assaggiare e, quando capita, fermare il momento con la macchina fotografica.
In questo caso, quindi, non posso darvi il nome della trattoria e nemmeno dire con certezza quando sia stata scattata la fotografia. Posso però dire che, a distanza di anni, quelle tagliatelle devono aver lasciato un ricordo abbastanza buono da meritarsi uno scatto.

E voi, quando siete a Modena, preferite le tagliatelle al ragù oppure scegliete un altro piatto della tradizione emiliana? Aggiungi un commento oppure vai nella parte bassa del sito per leggere cosa hanno scritto gli altri visitatori.

Foto scattate con Oppo Reno 12.

Le lasagne alla bolognese gustate a Reggio Emilia

Le lasagne alla bolognese gustate a Reggio Emilia

Le lasagne alla bolognese gustate a Reggio Emilia.
Essere in Emilia e non ordinare almeno un piatto di lasagne sembra quasi una offesa. Qualche tempo fa sono stato a Reggio Emilia con mia moglie e per il pranzo della domenica mi sono fatto (oltre a molte altre cosa) anche un bel piattino di lasagne.
A dire la verità io le preferisco con un po’ più di besciamella ma comunque erano molto buone.

Qualche tempo fa, mio papà Loris, aveva scritto un bell’articolo sulle lasagne.

Ti piacciono le lasagne?
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Foto scattate con Oppo Reno 12.

Il ristorante in cui le ho ordinate era il: ristorantecanossa.com.

La più antica testimonianza scritta riguardante le lasagne appare nel 1282 nei Memoriali Bolognesi, menzionate in un componimento poetico in volgare trascritto da un notaio bolognese negli spazi bianchi fra contratti privati, secondo una pratica in voga a quel tempo. Nei successivi secoli la ricetta venne riproposta in diversi ricettari, non solo italiani, tra i quali L’Anonimo Toscano, traduzione in volgare del più noto Liber de coquina. Nell’opera del napoletano G.B. Crisci del 1634 Lucerna de corteggiani troviamo le “lasagne di monache stufate, mozzarella e cacio”, la prima in cui le lasagne vengono farcite con un latticino a pasta filata e passate nel forno.
Continua e approfondisci su Wikipedia

Lasagna alla bolognese tasted in Reggio Emilia – Lasagne alla bolognaise dégustée à Reggio Emilia – Lasaña a la boloñesa degustada en Reggio Emilia – Lasanha à bolonhesa degustada em Reggio Emilia – Lasagne alla Bolognese probiert in Reggio Emilia – Lasagna alla bolognese nếm thử ở Reggio Emilia

Gli ottimi pansoti alla salsa di noci anche a casa

Gli ottimi pansoti alla salsa di noci anche a casa

Gli ottimi pansoti alla salsa di noci anche a casa.
Ci sono piatti liguri che, anche quando arrivano in tavola senza essere preparati interamente a mano, riescono comunque a riportarmi immediatamente ai sapori della mia zona. I pansoti alla salsa di noci sono proprio uno di questi, e questa volta li ho fotografati direttamente a casa, pronti da gustare.
Ho voluto fermare con la mia macchina fotografica un piatto molto semplice, senza cercare una composizione particolare: i pansoti, il loro condimento cremoso e il piacere di avere a tavola uno dei primi piatti più rappresentativi della cucina ligure. Per me la fotografia del cibo nasce spesso proprio così, dalla voglia di ricordare quello che ho mangiato e di condividere un piatto che mi è piaciuto.
Se si cercano i migliori pansoti alla salsa di noci, è difficile non pensare alla Liguria e soprattutto alla Riviera di Levante. È qui che questa pasta ripiena ha una delle sue tradizioni più radicate. I pansoti, chiamati anche pansotti, sono generalmente preparati con un ripieno di erbe, ricotta e formaggio e vengono tradizionalmente accompagnati dalla salsa di noci.
Quello che mi piace particolarmente è proprio l’abbinamento tra i due elementi. Il ripieno dei pansoti ha un sapore delicato e vegetale, mentre la salsa di noci aggiunge una consistenza più cremosa e un gusto deciso, senza bisogno di condimenti particolarmente elaborati. È una combinazione che appartiene alla cucina ligure e che, almeno per me, funziona sempre.
In questo caso non ho preparato tutto da zero. Sia i pansoti sia la salsa di noci erano confezionati, ma devo dire che il risultato è stato molto buono. Ho utilizzato quelli del pastificio Novella di Sori, una scelta che mi ha permesso di portare a casa un piatto della tradizione senza dover preparare la pasta ripiena e il condimento.
È anche questo un aspetto che mi piace raccontare nel fotoblog. Non tutte le fotografie di cibo devono necessariamente accompagnare una ricetta complessa o una preparazione fatta interamente in casa. A volte fotografo semplicemente quello che mangio, soprattutto quando si tratta di un piatto che conosco e che fa parte della cucina del territorio in cui vivo.
La tradizione dei pansoti è legata soprattutto alla Liguria di Levante e al suo patrimonio gastronomico basato anche sulle erbe spontanee. Il ripieno tradizionale può comprendere il cosiddetto preboggion, un insieme variabile di erbe utilizzate nella cucina ligure, generalmente accompagnate da ricotta e formaggio. È una delle caratteristiche che distinguono i pansoti dai ravioli più comuni.
E proprio a proposito di ravioli, questo piatto mi ha fatto tornare in mente un altro articolo del blog dedicato ai migliori ravioli al ragù della Provincia di Genova di Levante. Sono due preparazioni molto diverse per condimento e carattere, ma entrambe rappresentano bene quanto sia ricca la tradizione della pasta ripiena nella nostra zona.
La fotografia, in questo caso, racconta quindi qualcosa di molto quotidiano. Non ero in un ristorante particolare e non c’era bisogno di costruire un contesto elaborato. Avevo semplicemente davanti un piatto che mi piace e ho pensato che valesse la pena fotografarlo prima di mangiarlo.
Mi piace anche il fatto che i pansoti siano uno di quei piatti capaci di funzionare sia in un’occasione conviviale sia in un normale pranzo o una cena a casa. Non serve trasformarli in qualcosa di speciale: la loro forza sta proprio nell’abbinamento tra la pasta ripiena e la salsa di noci.
Per chi conosce la Liguria, penso sia facile capire perché questo piatto abbia un posto particolare nella cucina regionale. Per chi invece non ha mai assaggiato i pansoti, potrebbe essere uno dei primi piatti da provare quando si scopre la cucina della Riviera di Levante.
Questa volta, quindi, niente ristorante e niente classifica: solo un buon piatto di pansoti alla salsa di noci mangiato a casa e una fotografia per ricordarmelo.

E voi, preferite i pansoti alla salsa di noci oppure siete più dalla parte dei ravioli? Aggiungi un commento oppure vai nella parte bassa del sito per leggere cosa hanno scritto gli altri visitatori.

Foto scattate con Oppo Reno 12.

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